Mer. Lug 22nd, 2026

Tra pensiero e scrittura

La dimensione del pensiero si è dissolta nella dimensione dell’immagine, dell’immediato. Se nel pensiero persiste una donazione che bisogna sempre cominciare e ricominciare tutto, nell’immediato anche la semplice e semplicistica attività del leggere polverizza l’oggetto, il contenuto, la sospensione critica nel tempo. La complessità del linguaggio si trasforma nella perdita graduale del vocabolario, di un portato esistenziale ed esperienziale che assume l’unico senso “nell’ora, adesso e basta” quando ogni opera testuale riposa, cammina e si dispiega nel tempo.

Per R. Barthes, “scrivere significa scuotere il senso del mondo, disporvi un’interrogazione indiretta alla quale lo scrittore, con un’ultima sospensione, si astiene dal rispondere. La risposta è data da chiunque vi rechi la propria libertà; ma poiché questa muta la risposta del mondo allo scrittore è infinita: non si smette mai di rispondere a ciò che è stato scritto fuori da ogni risposta: i significati passano, la domanda resta.“

L’atto della scrittura ha a che fare con il tempo, interno ed esterno, come una bussola che misura, declina ed interpreta questi due movimenti tra l’io e il mondo. Movimenti che di per sé sono mutevoli, per cui la capacità, l’attitudine a “fermare” il tempo per fissarlo in concetti, definizioni, immagini, riflessioni, diventano fattori essenziali. Se nell’era iperdigitale ove ogni attimo sfugge di mano, sfugge al pensiero, l’attività dell’uomo è messa a rischio, sovvertita nei paradigmi che si conoscevano un tempo. L’attenzione, la concentrazione della mente, i piani di ragionamento, si mescolano nel vortice che la macchina ha destinato a criterio di discernimento. L’uomo sopravviverà a ciò che lui stesso ha creato o sarà travolto dal mostro tecnologico che annienta le facoltà umane?

Domenico Setola

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